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ACQUA E FUOCO

di Antonio PELLEGRINI ISBN 978-88-99693-78-7 LIBRITALIA - Diverse volte al giorno facciamo un gesto ripetitivo a cui non attribuiamo importanza, quello di aprire il rubinetto di casa dell’acqua per berne un bicchiere; un gesto semplice ed automatico che fino a pochi decenni fa non era possibile fare.

Fino agli inizi degli anni cinquanta del secolo scorso, infatti, procurarsi l’acqua per tutte le necessità quotidiane era un problema, oltre che una fatica, seppur indispensabile, perché dell’acqua non possiamo fare a meno, fatica che comportava andarla a prendere con un recipiente, in genere si usava una conca di rame, che le donne, a ciò deputate, portavano sulla testa fino a casa. Tutto ciò dava all’acqua tutta l’importanza che meritava, come risorsa preziosa, per cui non se ne sprecava neanche una goccia. Purtroppo oggi questa concezione si è persa, anche nelle contrade più isolate del nostro Appennino; le città, d’altro canto, sono grandi dissipatori di acqua, che già arriva ad esse con notevoli perdite lungo le condutture, a cui si aggiunge lo spreco dissennato nel suo uso da parte dei cittadini. La consapevolezza del “bene acqua” si è persa, di “sora acqua” come recitava S. Francesco d’Assisi nel suo “Cantico delle Creature”, aggiungendo “. . . Laudato sì mì Signore per sor acqua, la quale è molto utile et humile et pretiosa et casta. . . ”, e con essa abbiamo smarrito anche il concetto di finitezza di un bene naturale quale è l’acqua, di limitatezza. Antonio Pellegrini, con pazienza infinita, che altro non è che amore per la propria terra, ripercorre in questo libro il rapporto dei sandonatesi con l’acqua, dalle difficoltà di approvvigionamento alla ricerca delle cisterne, dei fontanili, delle fontane, fino alla distribuzione dell’acqua potabile nelle case. Vicino alle acque si sono formate e sviluppate grandissime civiltà, pensate a quella della Mesopotamia, letteralmente “la terra tra due fiumi”, il Tigri e l’Eufrate, la famosa “mezzaluna fertile”, a quella egizia, col ruolo fondamentale delle piene del Nilo nel donare fertilità al suolo, a quella del Tevere per la civiltà romana, la nostra. L’acqua è stata sempre facilitatore di socialità; i fontanili, le fontane, i lavatoi sono stati per le nostre nonne i luoghi di incontri, di scambio di informazioni, di nascita di amori, di racconti di vita vissuta. L’acqua è sempre stata oggetto di attenzioni, distribuita attraverso canali e usata per abbellire edifici e giardini con i suoi mille giochi. Le cisterne di tutte le civiltà, con le loro particolarità ingegneristiche ed architettoniche, sono state sempre considerate opere d’arte, e tali erano. Nella seconda parte del suo libro Pellegrini tratta di un’altra “storia infinita”, quella delle controversie demaniali tra il Comune di S. Donato e quelli confinanti, che è storia di tutto l’Appennino. Il sovrapporsi di editti, donazioni, concessioni e quant’altro di simile da parte dei governanti nel corso dei secoli, molte volte imprecisi e contraddittori, quando invece sarebbero dovuti essere precisissimi nell’individuare i limiti delle competenze sul territorio, che era l’unica risorsa per i residenti, ha generato contenziosi secolari tra i Comuni, diffusissimi in tutto l’Appennino. Quando i pascoli e le foreste erano la ragione di vita dei residenti, come sempre lo erano, nel nostro Appennino anche un metro quadro di terra contava! Quando i metri quadrati di pascolo e di bosco non ci sono stati più a causa di un utilizzo intensissimo, specialmente dei privati, è stata crisi ecologica ed economica, è stata emigrazione, un fiume di braccia e di menti che hanno attraversato l’oceano tra il 1880 e il 1910, per andare a costruire quella che sarebbe diventata la prima potenza mondiale, gli Stati Uniti d’America. Provate e cercare su internet il sito web di Ellis Island (www.ellisisland.org), l’isola dove i nostri nonni e bisnonni hanno approcciato “l’America” per la prima volta, dopo una traversata dell’Atlantico durata settimane, e dove erano tenuti in “quarantena” prima di essere autorizzati ad accedere sulla terraferma americana, per riconoscere i loro nomi, le loro carte d’imbarco, il nome del piroscafo su cui avevano viaggiato, conservati nel Museo dell’Immigrazione, quindi il loro destino, per scoprire che l’Appennino era andato via. E’ necessario ed urgente suscitare una nuova consapevolezza del “bene acqua” e del “bene suolo”, entrambi da noi consumati in modo dissennato, senza considerare che sono beni finiti, e questo libro di Pellegrini, pur nella sua specificità, mi ha stimolato queste riflessioni, che spero stimolerà anche in tutti quelli che lo leggeranno.

Dario Febbo - Direttore del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Pescasseroli, Febbraio 2017


CARATTERISTICHE TECNICHE: FORMATO 16x23 cm. - copertina morbida a colori - interno edizione bianco- pagine n. 252

15,00 €

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