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APPROCCIO ALL'ANTROPOLOGIA CRIMINALE

di Giuseppe CINQUEGRANA e Stuart REININGER - ISBN 978-88-5548-018-5 - LIBRITALIA EDIZIONI

A tutti sarà capitato di sentir dire o di leggere: “era una brava persona”, “era una persona tranquilla”, “lo/a conoscevo da sempre, non avrei mai immaginato potesse arrivare a questo” – riferito ad una persona che ha commesso un omicidio. A qualcuno sarà capitato, durante la visione di una serie tv sulla vita di un serial killer, di empatizzare con quel ragazzo timido e introverso, vittima di un padre violento o di una madre anaffettiva e inadeguata. Ci siamo mai chiesti come sia possibile che una “brava persona” possa arrivare a porre fine alla vita di qualcuno? O forse dovremmo chiederci perché proviamo tanto stupore nel sapere che quella “brava persona” sia anche l’autore di un reato.

Il confine tra la “normalità” e la devianza, tra la sanità mentale e la commissione di un crimine efferato: aveva ragione Durkheim quando definiva il fatto reato come un fatto “normale”? La criminologia, scienza che studia i fenomeni criminali, gli autori e le vittime di un fatto reato, si è sempre interrogata sulle cause che inducono un soggetto a commettere un crimine.

  • Criminali si nasce o si diventa?
  • Il criminale è una persona che soffre di disturbi mentali?
  • Quali sono le cause della criminalità?
  • Qua è la differenza tra devianza e criminalità?
  • Quale significato ha un delitto per chi lo commette? E per chi lo subisce?
  • Esistono fattori di rischio che inducono un soggetto a delinquere? Quali?

A queste domande, la criminologia ha sempre cercato di dare delle risposte con l’elaborazione di diverse teorie e con l’apporto di diverse discipline.

La criminologia è la disciplina che studia la criminalità e la devianza, gli autori e le vittime dei reati e di atti criminali, nonché la reazione sociale a questi fenomeni. Si caratterizza per lo studio del reo e del reato secondo un approccio interdisciplinare che include la psicologia, il diritto, la psichiatria, la sociologia, l’antropologia e le neuroscienze. Ciascuna di tali discipline studia – adottando il proprio punto di vista – la criminalità e la devianza. La criminologia costituisce un approccio interdisciplinare tra le diverse discipline scientifiche e umanistiche rispetto al reo in quanto persona e alla criminalità come fenomeno sociale; si focalizza inoltre sulle strategie di prevenzione, trattamento e controllo della criminalità. Nel tentativo di spiegare il sorgere e le cause del crimine la criminologia si avvale anche degli studi antropologici. L’approccio antropologico è rivolto all’uomo in quanto autore del reato ed è incentrato sulla ricerca dei fattori organici, psicologici e motivazionali che possono aver determinato la condotta. «Quanti errori e quante illusioni risparmierebbe il criminalista e il psichiatra cui fossero note le risultanze della moderna antropologia e che sapesse con istrumenti e cifre, convincersi come alle aberrazioni del senso morale e della psiche corrispondano anomalie del corpo e del cranio in ispecie!» Così Cesare Lombroso, fondatore dell’antropologia criminale, cercava di dare fondatezza alla sua teoria del “delinquente nato” e del determinismo biologico: secondo Lombroso esisterebbe una predisposizione genetica alla base del comportamento criminale. Determinante fu, a tal proposito, la “fossetta occipitale mediana, un po' più grande della norma”, scoperta eseguendo degli esami sul cranio di Giuseppe Villella, contadino e brigante calabrese, morto nel carcere di Vigevano dopo un lungo periodo di latitanza e numerose condanne. Nel 1907 al sesto Congresso internazionale di antropologia criminale, Lombroso racconta della scoperta della fossetta fatta decenni prima: «In una grigia e fredda mattina del dicembre 1870, analizzando il cranio del brigante Villella [...] mi apparve tutto ad un tratto, come una larga pianura sotto un infiammato orizzonte, risolto il problema della natura del delinquente, che dovea riprodurre così ai nostri tempi i caratteri dell’uomo primitivo giù giù fino ai carnivori».La “fossetta occipitale” divenne, così, paradigma scientifico ed emblema della nuova disciplina dell’antropologia criminale. Tuttavia, le teorie lombrosiane non sono esenti da contraddizioni interne; Lombroso è stato, nel corso dei decenni e con il susseguirsi di nuovi studi ed elaborazioni di nuove teorie, prima osannato perché fondatore della criminologia, poi dimenticato, contraddetto, quasi deriso, infine riconsiderato alla luce dei contemporanei dibattiti sulle neuroscienze e sulla genetica. Ancora oggi molte suggestioni del pensiero lombrosiano sono rintracciabili nelle teorie deterministiche che pretendono di evincere una ineluttabile predisposizione al comportamento delittuoso. Il punto di contatto sta nel voler trovare la causa biologica del crimine, quasi si volesse rifiutare l’idea che il crimine possa essere un fatto “normale” e, di conseguenza, riguardare potenzialmente ciascun individuo. È possibile, quindi distinguere, l’essere umano in categorie? Pazzi, anormali, delinquenti, criminali, sani, normali, “brava gente”? La criminologia ha a che fare con le scelte etiche dell’individuo, tanto che è stato scritto che la criminologia “può trovare il suo oggetto nello studio del male”. L’estrinsecarsi del male nella forma dei delitti, e nella loro non sempre comprensibile gratuità, inquieta e spaventa. Si teme per la propria incolumità e il timore è accompagnato dall’angoscia che vi sia la possibilità che il germe del male sia annidato in tutti noi, più o meno profondamente. È più facile pensare che un omicida sia una persona disturbata, affetta da chissà quale patologia, dominata dagli istinti, amorale, senza regole. È più rassicurante pensare che una madre che uccide il proprio figlio sia un soggetto psichiatrico, che un figlio che uccide un genitore l’abbia fatto in uno stato allucinatorio. Allo stesso tempo, accettiamo l’idea che un uomo che uccide la propria compagna, la amasse “troppo” o soffrisse per essere stato lasciato. È, indubbiamente, molto difficile accettare che il comportamento violento, possa essere una possibile forma di risposta ai problemi dell’esistenza umana. Eppure qualcuno non si sconvolge più dinanzi ai fatti di cronaca, non per indifferenza ma per un bisogno interno di allontanare la paura. È un distacco emotivo, a volte necessario. Che succederebbe se per assurdo iniziassimo a pensare che poteva o potrebbe capitare a noi? Diventeremmo dei paranoici, probabilmente. O vivremmo, comunque, senza avere più un attimo di serenità nella nostra vita.

“Approccio all’antropologia criminale - Crimine e comportamento umano” dell’antropologo Giuseppe Cinquegrana, è un concentrato di saperi. Poche pagine, moltissimi spunti. Di riflessione, di stimolo alla ricerca delle risposte su uno dei più grandi interrogativi della criminologia: perché l’uomo delinque? Un concentrato di saperi volti al tentativo di dare risposte al perché dei comportamenti criminali. Antropologia, antropologia criminale, criminologia, storia, storie. Storie di uomini e donne calabresi, storie di “banditi e briganti”, di ndrangheta, della sua nascita, della sua radicalizzazione sul territorio. Storie di persone a noi vicine. Storie di criminali.

 

Professoressa Antonella Larobina

Criminologa

 


CARATTERISTICHE TECNICHE: FORMATO 15x21 cm. - copertina morbida a colori - interno edizione bianco con immagini in bianco e nero - pagine n. 100

10,00 €

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