Libritalia
×
 x 

Carrello vuoto

News: COSI' PARLAVANO I NOSTRI AVI di Ierardo

Un vasto materiale etnografico, antropologico-culturale, reperito tramite la partecipazione e la collaborazione attiva ed entusiasmante dei miei alunni di Scuola Media..

Diversi anni fa pensai di raggruppare in modo sistematico il complesso di informazioni sulla parlata calabro - acquarese. Mi sembrò un’iniziativa difficile da intraprendere e portare a compimento. Tale procedimento è stato condotto con serietà di intenti e sistematicità, salvo involontarie omissioni.
Valido, interessante e articolato è stato inoltre il contributo spontaneo e partecipe della gente locale, di Enti e di Associazioni culturali, ricreative e religiose. 
Quante volte, da quando i mass-media hanno preso il sopravvento sul “focolare domestico”, ci è capitato di udire le seguenti espressioni: “Parla bene! Parla in Italiano!”, cioè genitori che riprendevano i propri figli quando si esprimevano in dialetto, perchè l’uso del vernacolo era un tempo indice di rozzezza, in quanto riservato ad umili e analfabete classi sociali, come quelle agricolo-pastorali.
Molteplici furono le cause che portarono ad un lento, ma graduale venir meno all’uso del dialetto. Dal dopoguerra anche “a parrata acquarisi o acquarota” subì, come certamente tutti gli altri dialetti, variazioni, sostituzioni, obliterazioni a causa della diffusione accentuata e accelerata della cultura massmediale, di un mutato tenore di vita, grazie alle rimesse in denaro alle famiglie di emigrati, dell’alfabetizzazione, della diffusione di nuovi strumenti di lavoro e di uso quotidiano, più comodi, maneggevoli ed efficaci, con conseguente abbandono di una terminologia atavica, di parole ed espressioni introdotte da gente proveniente da aree geografiche diverse, in seguito a matrimoni, scambi commerciali, nuove parentele. Molti termini arcaici, che un tempo erano vivi anche nella parlata comune, gradualmente scomparvero o rimasero nell’uso quotidiano dei più anziani. 
Da parecchi anni, forse in tutte le Regioni d’Italia, si avverte un tale fermento culturale nel valutare l’importanza del dialetto, da proporne l’insegnamento obbligatorio nelle scuole primarie e secondarie di primo grado.
Molti studiosi si sono dedicati e si dedicano a un intenso e minuzioso lavoro di recupero del dialetto per affidare alla memoria storica il vissuto degli avi.
Questo mio lavoro rimase nel chiuso di un cassetto molti anni per dare spazio ad altri interessi culturali (la pubblicazione di un libro di memoria storico - fotografica sul paese di Acquaro, una monografia sul culto in Acquaro del patrono San Rocco, la preparazione inedita di un libro di poesie e racconti, hobby per la pittura, fondazione di una compagnia teatrale e la stesura di testi teatrali,). Ricordo che nelle scuole dell’obbligo ci si sforzava a indurre gli alunni a tralasciare il dialetto e a insegnare loro a parlare e scrivere solo in lingua italiana. La maggior parte di coloro che frequentavano la scuola pubblica apparteneva a famiglie di operai e contadini di disagiate condizioni economiche e scarsamente acculturate. Gli allievi, nei rapporti con i compagni, preferivano esprimersi nel loro dialetto, rendendo difficoltosi gli approcci con gli insegnanti provenienti da altri ambienti urbani.
Ho cercato di organizzare tutto il lavoro procedendo per tematiche specifiche, cioè motivi conduttori di un determinato argomento (es: il paese, la casa, il lavoro…….).
Viene spontaneo domandarsi: “Ma…cos’è il dialetto?” Etimologicamente il termine significa “colloquio, lingua” e deriva dal latino “dialectos”, greco διάλεκτος”.¹
Esso è un particolare linguaggio in uso in una regione, città, paese o borgo. È talmente articolato da differenziarsi anche tra comunità che abitano a qualche chilometro di distanza.
“L’acquarese” è un idioma con specifiche caratteristiche locali, parlato in un’area geografica molto ristretta ed è una delle tante sottovarianti del dialetto calabrese. Parafrasando il detto “paese che vai, usanza che trovi”, potremmo dire “pajìsi chi vai, parrata chi truavi”.
Quando ci riferiamo a piccole e specifiche aree geografiche sarebbe più appropriato usare il termine “vernacolo”, cioè il linguaggio caratteristico di una parlata popolare, trasmessa per tradizione orale. É noto che sui dialetti calabresi influì prevalentemente la lingua greca e latina; i monaci basiliani furono in Calabria veicolo di diffusione della lingua greca (al tempo dell’Unità d’Italia in Calabria oltre 15.000 abitanti usavano ancora la lingua greca), i Cistercensi dell’ordine benedettino, di quella latina. Acquaro, Arena, Dasà, Dinami, Soreto, Soriano e altri paesi dell’entroterra vibonese, videro sorgere sui loro territori, per opera degli Agostiniani, numerosi conventi che esercitarono una forte influenza culturale, per non parlare di quella araba, spagnola e franco-angioina. Popolazioni residenti nella valle del Mesima nel 1300 parlavano il dialetto dorico, che più tardi venne sostituito dal dialetto ionico-attico, il cosiddetto “κοινή-διάλεκτος”¹ (dialetto comune). Nel corso del nostro discorso dialettale è possibile riconoscere che la lingua greca, con la sua persistente terminologia, ma soprattutto quella latina costituirono la base della parlata acquarese.
La poetessa siciliana, Rita Elia,² originaria di Termine Imarese (PA) descrive così la varietà del dialetto: “ʹU dialettu, sistematu dagli Arabi, cusutu qu’a succuràha di Greci, qu’a gugghja di custurieri francesi, qu’a gugghja grossa di Spagnuali, è ʹna tuvagghja cusuta cu scampuli di tanti culuri e puru i tedeschi ndi dassaru mujìchi dâ loro passata”. ( Es: dall’arabo: cafisu –cafiz; gibbia –gabija; calia –haliah; tumanu – tumn; zzuccu – suq; dal greco: naca – fanò – catuaju; dal francese: boffetta – buffet, custurieri – couturier, picuni – picot, cotulijare – chatauiller; dallo spagnolo: maccaturi – macador, spagnare – espanyar, talijare – atalajar; dal tedesco: ganga, tampu, nixi – nichts, sparagnare - sparen). E’ da aggiungere che voci della lingua latina sono sopravvissute soprattutto nel lessico agricolo e pastorale del nostro paese. 
La parlata dialettale serve a identificare l’appartenenza a una determinata Regione, contrada o località e di ciascuna di esse fanno parte usi, costumi, tradizioni….praticamente tutto il vissuto della popolazione di appartenenza.
Ogni “parrata” spesso si distingue per la parte finale delle parole (in a, e, u), per il suono (fonema) e per l’accentazione. Es: Dasà ( i peda)—Acquaro (i pede).
Un discorso, anzi un’attenzione e una citazione a parte merita la parlata degli abitanti di Limpidi, frazione di Acquaro, da cui dista circa 3 chilometri.
Poiché non esistono documenti o testimonianze attendibili sull’origine della parlata limpidese, dalle ricerche effettuate, con la dovuta cautela che il caso comporta, si protrebbe azzardare l’idea che l’origine di tale dialetto, che esula nell’accentazione da tutti i dialetti dei paesi circostanti, risalga al tempo dell’invasione dei Saraceni, intorno all’anno Mille. Un gruppo di popolazione greca, che si era stabilito e integrato con popolazioni provenienti da Costantinopoli, si spinse in Calabria. Un tipo di parlata ritmata si fa risalire agli Ittiti che nell’Anatolia vennero a contatto con antichi abitanti come i Pala e gli Atti..

Dal blog di Libritalia self publishing




TOP