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UNO STUDIO APPROFONDITO SUL VECCHIO TEATRO DI MONTELEONE

rimasto nella memoria di chi lo ricorda e immaginato da chi non lo ha mai conosciuto attraverso i racconti appassionati di chi lo ha vissuto. Ricordi frammentati e talora evanescenti spaziano nelle menti della comunità..

Ancora oggi, il “vecchio” Teatro Vibonese è tra i monumenti non più esistenti ricordati con sofferente nostalgia, rimpianti come si rimpiange una morte, che, forse, poteva essere evitata. A distanza di circa cinquant’anni non si riesce a rimuovere l’immagine di quel piccolo edificio posto lungo una delle arterie principali della città, intriso di storia, di vita popolare e dilettevole. Il racconto, anche nell’animo di chi non lo ha conosciuto suscita interesse e stupore, lasciando che una propria interpretazione, suggestiva e soggettiva si impadronisca di noi stessi, facendo scoccare negli animi la coscienza del tempo storico al quale tutti apparteniamo, del percorso extratemporale di un’opera frutto dell’attività umana, con l’inevitabile identificazione nell’opera stessa di un’intera comunità. Il racconto, la raccolta di documenti e immagini, ci restituiscono la visione del passato in un presente immateriale, al di fuori dei limiti del tempo e dello spazio. Viene facile formulare una deduzione: nonostante fisicamente frantumato e rimosso, un edificio molto spesso continua a insistere con la potenzialità della sostanza conoscitiva attraverso i documenti; i contenuti sono tanti e il racconto del Teatro vuole essere rivelazione di un’emergenza come forte testimonianza storica che vale come dato storico e che annuncia la propria potenzialità nella memoria dell’individuo, con il ricordo, con il passato che parla. Si intuisce subito che molto spesso la risposta accomuna le persone più sensibili. Il Teatro Vibonese, un contenitore culturale che narra la storia di una chiesa trasformata in teatro e infine anche in cinema, con le tante manifestazioni proposte, le richieste, le cessioni, le frequentazioni contrassegnate dal vivo desiderio di discostarsi dalla realtà esterna al puro scopo di divertirsi, distrarsi, svagarsi. Un edificio che aveva assorbito nelle proprie mura tutte le attività svoltesi al suo interno, riflettendo in ogni dettaglio l’evolversi di quell’unità potenziale che il passare del tempo evidenzia in maniera sempre più marcata. Perché il tempo aggiunge tessere al mosaico della storia, maturando la consapevolezza dell’identità culturale e della necessità di salvaguardare un monumento che talora diventa tale perché rispecchia le attualizzazioni di ogni singolo momento, attraverso i secoli, dalle attività ospitate ai cambiamenti d’immagine connaturate al cambio d’abito.

Se il vecchio teatro è stato abbattuto la risposta più immediata è l’aver considerato il manufatto un avanzo materiale di cui disfarsi per cedere il sito ad una nuova costruzione, che garantisse una risposta funzionale alle esigenze moderne dei cittadini. Probabilmente non vi era ancora chiara coscienza che spesso un “vecchio” manufatto possa assumere le caratteristiche di un “rudere” che reca in sé implicitamente il riconoscimento e l’esigenza di un’azione da svolgere per la sua conservazione materica affinché lo stesso rispecchi attraverso la fisicità tangibile la conservazione dell’attività umana protrattasi nel tempo. Ma si può anche capire che questo non poteva accadere, non era il momento giusto, solo il tempo poteva dare ragione alla stessa immaginazione. Facile dedurre che, in quanto prima chiesa e poi teatro (negli ultimi decenni anche cinema) il monumento in oggetto avesse assorbito nella propria materia fatti e situazioni tali da generare un’identità culturale ricca e suggestiva nelle numerose sfaccettature. Spesso trasmettere un’opera materica nella sua consistenza fisica, seppur ritenuta ormai inutile ingombro, corrisponde all'’esigenza avvertita nella coscienza di mantenere viva l’identità acquisita per renderla presente alle generazioni future. Basti immaginare al “naturale” e spontaneo effetto emotivo che la presenza del “vecchio” Teatro avrebbe suscitato nell’animo dei cittadini, anche alla sola osservazione, nella rivelazione di un tempo perduto, passato, ma sempre attuale nell’insistenza fisica, tangibile della materia. Spesso si chiede di salvaguardare un’opera d’arte o un monumento per il godimento spirituale che inavvertitamente suscita nell’animo umano, per quel valore autentico e personale acquisito grazie al tempo trascorso e che genera la memoria storica. Distruggere la memoria spesso equivale a distruggere la base della propria identità e della propria continuità nel tempo. Spesso però la memoria si fa luce con un nuovo sole, che inavvertitamente arriva per non tramontare più, ma per illuminare silenziosamente le menti più sensibili. Il significato è tale perché assume valore di conseguenza, anche inavvertitamente. Impossibile evitare i fatti, i cambiamenti, non esisterebbe senso nelle cose, anche di tutti i giorni, non daremmo alcun peso al contenuto degli accadimenti. Tutto ciò che oggi noi siamo ha le sue radici nel passato, e dimenticare queste radici è come condurre una vita priva di riferimenti. Si ha fame e sete di memoria storica, non per una sterile nostalgia del passato, ma perché essa orienta verso una visione positiva della vita e dei rapporti umani, educa alla convivenza pacifica. La cultura di oggi è fortemente radicata nel passato, non importa se in quello di cento, duecento o mille anni fa, non saremmo ciò che siamo senza passato e vivremmo una vita priva di riferimenti.

 

 

News: dal Blog di Libritalia - Author: Katia Grillo - TUTTI I DIRITTI RISERVATI

finito di stampare in Gennaio 2019 presso le officine editoriali Paprint

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