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La Piana degli Scrisi: Terra del grano e di antiche farine di Giuseppe CINQUEGRANA - LIBRITALIA

C’è tutto un linguaggio che recupera l’identità della festa: da quello devozionale a quello delle tradizioni, da quello fatto di odori e dai sapori a quello del lavoro che, nell'insieme, scandiscono il vivere delle stagioni dei contadini.

    

Scrive l’antropologo Guido Cavalcanti (1990:35) “nel grande arco dell’anno, scandito dalla processione dei giorni, trovano precisa collocazione attività domestiche ed esterne; riti e credenze, obblighi e divieti […] semina, vendemmia, macellazione di maiali, fino alla preparazione dei cibi, in un’ottica di sacralità totalizzante”. Un sentire multiplo, che presenta una lettura geostorica, fatto di memoria divenuta nel tempo letteratura antropica del lavoro della terra resa fertile con il sudore dell’uomo, che diventa sangue che da e richiede nuova vita. È stata tutto questo l’essenza del contadino maieratano che aspettava le giornate per rivoltare le zolle e prepararle per la semina, fino ad essere piegato dalla zappa e soffrire di cifosi dorsale, per ottenere i soldi necessari a fare emigrare i propri figli nelle Americhe, dove il guadagno è maggiore, le ore lavorative sono di meno e diverse macchine  sono già in uso nelle terre e, principalmente, l’offerta lavorativa e maggiore rispetto ad un rimanere al paese dove il contadino eredita la zappa come il principe la corona.

All’aria (aia), finito il lavoro della trebbiatura si vive la festa del mangiare insieme, cibo che diventa codice antropologico ed etnologico che oggi, attraverso la festa della trebbiatura, viene visto quale medium tra una categoria ancestrale e la sua comunità culturale.

Farina e ogghiu fazzu chi bogghiu (con farina e olio posso fare quello che voglio), recita un vecchio proverbio paesano, a sottolineare quanto questi due elementi esprimono il quotidiano vivere la sazietà da parte di quel mondo contadino che mangiava carne solo la domenica o delle feste comandate e, allo stesso tempo, con umiltà sottolineava che bisogna ringraziare Ddeu pe’ bon’ervi ca chiji comu a nnui mangianu marvi (ringraziare Dio perché mangiamo buone erbe, perché c’è gente che non hanno da mangiare nemmeno quelle).

Oggi tutto questo diventa ripresa del tempo e dello spazio, quasi una narrazione biblica di quello che è stato e, nell’insieme, assume i contorni della festa rievocativa da condividere con quanti non hanno vissuto o semplicemente conosciuto questo spaccato della storia identitaria del grano degli Scrisi, le cui radici sono ancora vive e continuano a dare linfa sacra a questo luogo perché rievocativa del mito di Mnemosine che anima il nostro presente con quell’essere stati interpreti del cammino verso la continua ricerca del grano rosia , della sua farina e del gustoso pane.

Giuseppe Cinquegrana - giornalista e conferenziere, è docente di Lingua e Letteratura Inglese presso il Liceo delle Scienze Umane “Vito Capialbi” di Vibo Valentia. È autore di numerosi saggi di interesse storico-antropologico tra i quali: Cunti majeratani, 1997; Il tempo della memoria e del viaggio – dalla Calabria in America, 1999; Maierato i giochi degli dei nella terra dove si celebrava il culto eroico di Epeo, 2003; La presenza ebraica nel vibonese tra cultura e tradizioni, 2004; Proteste e ribellioni del popolo malgovernato, 2004; Partiti nel pianto verso dove portava la fame, 2005; Magia e Sogno, 2007; Segni templari nella Calabria medievale, 2009; San Rocco di Montpellier, 2010; La Prima Guerra Mondiale (coautore Gen. E.I. Francesco Deodato) 2015; Le grotte degli Sbariati di Zungri, 2017; La Grande Storia della Medicina vibonese, 2019; I Templari, 2019. Per meriti culturali, è stato nominato, dal Capo dello Stato, Sergio Mattarella, “Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana”

 

News: dal Blog di Libritalia - Author: Giuseppe CINQUEGRANA - TUTTI I DIRITTI RISERVATI

finito di stampare in Giugno 2019 presso le officine editoriali Paprint

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