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Navigare nella Complessità, Qualche Riflessione per Iniziare di Giovanni MARTELLO - LIBRITALIA

"Il capitalismo corre sempre il rischio d’ispirare gli uomini a essere più interessati a guadagnarsi da vivere che a vivere." 

M. Luther King

    

I termini che ricorrono in questo saggio per descrivere il nostro tempo sono molteplici ma, in particolare, due sono usati in modo costante: globalizzazione e complessità. In un certo senso, questo libro potrebbe essere definito un’ermeneutica della globalizzazione e della complessità, cioè un tentativo di riflessione e interpretazione di questi due ombrelli semantici a cui l’individuo contemporaneo deve continuamente rapportarsi.
Globalizzazione e complessità son diventate le cifre e le nuove categorie che cercano di sintetizzare l’esistente, in tutte le sue innumerevoli accezioni. Da questi due parametri ne discende un terzo: il cambiamento o, detto in altri termini, la velocità, che si porta dietro, la relatività e la problematicità.
Per alcuni aspetti, sembra che la globalizzazione sia lo sbocco naturale della mercificazione del mondo, del tentativo di ridurlo solo agli aspetti economici. Da questo punto di vista, lo sviluppo inteso in senso lato, anziché aiutare l’individuo lo spinge a diventare un dipendente da crescita, cioè un soggetto costretto a produrre e ad acquistare sempre di più. Così, sia la crescita che lo sviluppo potrebbero diventare le più terribili delle malattie che l’umanità abbia mai conosciuto, una specie di cancro che porterà alla morte. Non è molto chiaro se lo sviluppo e la crescita siano mossi da una volontà umana collettiva o crescano in modo anarchico perché sospinti e favoriti da una molteplicità di fattori. Di sicuro, gli individui subiscono l’azione di forze sulle quali non hanno potere e che, nella maggior parte dei casi, nemmeno riescono a identificare. La realtà appare quasi coperta da un velo di Maya che non li fa ben collocare nel mondo in modo cosciente da cittadini attivi e da persone critiche, al contrario, fa provare un senso di smarrimento e di inadeguatezza. Da una parte, la globalizzazione e la complessità affascinano, ma in fondo, ci fanno sentire inermi e incastrati in un gioco molto più grande di noi, dal quale non sappiamo uscire, non sappiamo dominare o condurre, perché non ne conosciamo regole e perché nessuno le ha mai state stabilite.
Lo scopo di questo saggio è quello di descrivere, a grandi linee, il contesto attuale nel quale viviamo, anche se non è facile riuscire a fissare ciò che di per sé è in continua evoluzione, in divenire e, d’altra parte, è quasi impossibile descrivere la realtà complessa nella quale siamo immersi e, ancor di più, è difficile, se non impossibile, spiegarla e comprenderla nella sua interezza. Hegel affermava che la nottola di Minerva volava tardi sul far del crepuscolo, per significare che la civetta, fuor di metafora la filosofia, cioè la spiegazione del mondo, giungeva proprio quando il giorno, ovvero il proprio tempo, era in fase avanzata. La riflessione umana arrivava a spiegare la realtà in tutti i suoi aspetti solo quando essa era prossima al cambiamento o, addirittura, stava per tramontare. Giungeva, nel momento in cui già servivano nuovi occhi per leggerla, nuove capacità per interpretarla, descriverla e spiegarla. Oggi non abbiamo più l’illusione di Hegel, sappiamo che nemmeno sul far del crepuscolo riusciremo a spiegare ogni cosa. In un certo senso, l’umanità finisce di scontare una maledizione, una condanna simile a quella di Sisifo che, proprio quando si sta convincendo di avercela fatta, deve ricominciare da capo. Una sorta di eterno ritorno dell’eguale che ogni persona deve ripetere in continuum per tentare di capire la sua collocazione nel mondo, essendo l’esistenza e il mondo poco conoscibili e decifrabili.
Al di là dei limiti conoscitivi dei quali il filosofo di Stoccarda si sforza di renderci consapevoli, aggiungiamo che oggi la conoscenza della realtà e del mondo in generale è diventata ancora più ardua e irraggiungibile. Viviamo in una società complessa, di per sé indefinibile e non semplificabile e dunque volerla circoscrivere e conoscere, diventa un ossimoro. Inoltre, l’odierna società complessa diventa anche società liquida, categoria filosofica con cui si vuole intendere una realtà che - dopo la morte di Dio, proclamata dal nichilismo di Nietzsche - non possiede ancoraggi sicuri sui quali fondare la conoscenza, la verità e i valori. 
In altre parole, la nostra epoca è contraddistinta da un pensiero debole, dove il tentare di avvicinarsi alla comprensione della totalità assieme alla fondazione certa della conoscenza e alla determinazione di verità e valori diventa pretesa assurda e inconcludente, considerato che la stessa scienza, come ci ricorda K.R. Popper, massimo epistemologo del Novecento, non poggia su solida roccia, ma su palafitte. E se la scienza si trova in tale situazione, neppure gli altri saperi hanno fondamenta più solide.
Queste poche riflessioni vogliono esplicitare quanto la situazione sia oggi ancora più difficile e, per alcuni versi, più drammatica di quanto potesse apparire qualche secolo fa.
A questo punto, dobbiamo chiederci cosa fare, una domanda indifferibile, se non vogliamo attraversare il nostro tempo come dei dormienti. «È ormai urgente capire a che punto ci troviamo e quale discorso sul mondo e su noi stessi potrà renderci questo mondo, e noi stessi, comprensibili».
Questo mio scritto, pur con tutti i limiti intrinseci, per la brevità e per il taglio divulgativo che possiede, vuole tentare di descrivere in quale contesto oggi ci troviamo a operare, quali sono le sfide e i rischi che dovremo affrontare, ma anche le poche opportunità che abbiamo a disposizione.
Nessuno può progettare un itinerario e fissare la meta da raggiungere se prima non ha chiaro il punto di partenza nel quale è collocato. Seneca, nel De brevitate vitae ci ammonisce dicendo: «Non c’è vento favorevole a marinaio che non abbia deciso dove approdare». Questo discorso appare di un’ovvietà disarmante, eppure non sempre ne rispettiamo la sequenza e non sempre ci prefiggiamo la destinazione. La maggior parte degli individui si trova a vivere senza chiedersi perché, smarrita e irretita in una vita senza senso e senza interrogarsi su come mai si trovi a percorrere una strada, anziché un’altra. Solo dopo questa fondamentale interrogazione e aver svolto una prima analisi, si può tentare di capire dove il mondo e l’umanità stiano andando. Per assolvere, in parte, l’individuo contemporaneo e correggere in parte Seneca, bisogna aggiungere che oggi nessuno sa a quale porto approderà e nessuno conosce la rotta giusta per potervi giungere. Questo perché navighiamo in oceani incerti e sconosciuti, le certezze non sono continenti, ma solo tante piccole isole sparpagliate che noi siamo costretti a esplorare a una a una e di cui cerchiamo di costruire una mappa approssimativa.
A queste domande imprescindibili e indifferibili ne affiancheremo altre con la speranza di poter dare o trovare risposte significative. Al di là delle risposte, più o meno convincenti che ognuno riuscirà a fornire, ricordiamo che nella filosofia e nella vita è più importante il domandare che il rispondere. Nel momento in cui ci si interroga, si innesca il dubbio della ricerca, la curiosità del sapere. Già Dante sentenziava: «Che, non men che saver, dubbiar m'aggrata». Senza questa curiosità e dubbio iniziale, non esiste conoscenza, non si realizza produzione di cultura. Anzi, per usare la terminologia di P. Ricoeur, dovremmo diventare tutti maestri di dubbio e di sospetto.
Verso la fine degli anni ’60 del secolo passato, M. McLuhan affermava già che il sapere era scaduto e si era trasformato in un’informazione massiccia e martellante, diffusa dalla tecnologia. A suo parere, i mezzi di comunicazione di massa erano tali, non perché si rivolgevano a masse d’individui, ma perché tramutavano quest’ultimi in massa. Egli argomentava che la crisi dell’io permetteva alla comunicazione di distruggere ogni resistenza del soggetto di fronte al messaggio. In quella situazione lo studioso canadese intravedeva alcuni rischi che sono diventati pericoli attuali, primo fra tutti quello di usare il potere dei mass media per fini commerciali e trasformare l’uomo in passivo consumatore di informazioni che non lo lasciano agire e decidere in modo libero. Purtroppo, oggi la realtà ha superato le predizioni di McLuhan, grazie allo sviluppo esponenziale dei mass e personal media e del web. Uno dei principali problemi dell’odierna società è la ridondanza delle informazioni. In qualche millesimo di secondo, ci troviamo catapultati di fronte a una mole di documenti, milioni di pagine scodellate da Google, migliaia di testi e filmati su qualsiasi argomento. La sovrabbondanza dei dati provenienti dai media è ormai sotto gli occhi di tutti e si comincia già a parlare di inquinamento informativo. E questo, come l’inquinamento da rifiuti, crea un problema di smaltimento, sempre meno sostenibile tanto che ci stiamo avviando verso la società della disinformazione, della ridondanza e dell’amplificazione, dove diventa labirintico orientarsi e scegliere in un groviglio di dati, tra informazioni veritiere e fake news. Viviamo in una rediviva torre di Babele che tutti stiamo contribuendo a innalzare stratificando incessantemente le nostre interpretazioni, ridondanze e amplificazioni in un circolo perverso dove rumoreggiano saperi e linguaggi diversi che tendono a stordire per dominarci e annullarci.
Come già aveva messo in guardia G. Orwell nei suoi capolavori, Animal Farm e 1984 e nello stesso periodo, H. Arendt con il suo saggio sul totalitarismo, il rovesciamento della realtà, il far apparire la verità come menzogna e, al contrario, spacciare la menzogna come verità era stata la forza dei regimi non democratici. Allo stesso modo, oggi, il pericolo della società dell’informazione, aumentato esponenzialmente con la pervasività dei media, è rappresentato dallo stesso rovesciamento di verità e menzogna. Le fake news stanno generando l’epoca della post verità, una società che soffre la sindrome di Pinocchio, una società menzognera in cui avanza incontrastata la decadenza della verità. C’è da dire che le fake news non sono un’invenzione di oggi, gli ateniesi ne furono gli antesignani con l’uso spregiudicato dell’ostracismo. Gli epigoni degeneri della sofistica, gli eristi riuscivano a far diventare forte un discorso debole. Bugie e falsità sono sempre esistite per screditare l’avversario, metterlo in cattiva luce o, addirittura, distruggerlo. Singoli o gruppi d’individui, popoli interi sono stati oggetto nella storia di questa manipolazione con la creazione di stereotipi negativi. Si pensi al famoso falso dei Protocolli dei savi di Sion, documento prodotto dalla polizia zarista per esercitare la repressione e la violenza dei pogrom, ben presto diffusosi in tutto il mondo per evidenziare e dimostrare una congiura ebraica tesa a sottomettere il pianeta. A proposito, H. Arendt ha scritto pagine uniche sulla creazione di questi stereotipi negativi contro gli ebrei accusati di ogni infamità: li si identificò con l’alta finanza, con i Rothschild, in particolare, che dominavano la finanza mondiale o con i capi rivoluzionari bolscevichi o con gli straccivendoli o con individui che praticavano l’omicidio rituale di bambini cristiani. La menzogna aiuta a distruggere l’avversario e tale arma fu usata dal fascismo, dal nazismo e dal totalitarismo stalinista. La guerra in Iraq del 2003, voluta con determinazione dall’amministrazione Bush, dimostra come le false informazioni guidino consciamente o inconsciamente le scelte di una parte contro l’altra. Scelte che poi si sono rivelate scellerate e controproducenti per l’intero pianeta. Taccio sulle azioni di Trump a cui assistiamo impotenti da un po’ di tempo a questa parte e su quelle di alcuni gruppi politici italiani ed europei che mentono opportunamente.
Visto che si sta toccando un argomento fondamentale per la sopravvivenza della democrazia, della civiltà e della sana informazione, accenno ad un’altra problematica, affrontata successivamente nel corso del saggio. A partire dall’Unità d’Italia, prima in forma ridotta ed estemporanea, dopo con molta più virulenza e assertività, si è cercato di accreditare un falso mito: quello di un sud Italia improduttivo e incapace, vera palla al piede della nazione, di contro a un nord Italia produttivo ed efficiente. Che sia chiaro, facendo i necessari distinguo, ma anche estremizzando al massimo, anche la pseudo scienza di Cesare Lombroso aveva cercato di attribuire qualcosa di simile: i meridionali tutti banditi e delinquenti perché alcuni di questi in possesso della fossa mediana. Oggi si usano argomenti affini per affermare il federalismo fiscale e la secessione delle regioni ricche del nord dal resto d’Italia.
La non verità pretende di prendere il posto di analisi serie e circostanziate, in un momento in cui i social permettono a tutti indistintamente di esprimere qualsiasi opinione su l’intero scibile, portando a visioni distorte della realtà, tanto che il populismo mediatico avanza e rischia di condizionare le scelte dei governi, oscurando la vera politica, la vera scienza, l’effettiva realtà a favore di una verità di comodo spesso non scientifica, non politica e amorale se non del tutto immorale.
Quest’eccesso di informazione, una vera e propria bulimia informativa, rischia di farci perdere la bussola, lasciarci frastornati, poiché ci accorgiamo di non poter digerire il tutto se non in tempi molto lunghi, che sicuramente nessuno possiede, poiché il tempo è per ogni persona una variabile indipendente. Nietzsche, nei suoi scritti ha spesso inveito contro la conoscenza facile da acquisire e a questa ha sempre opposto la sapienza del ruminare, ovvero un digerire due volte e fuor di metafora un’autentica metabolizzazione del sapere. Oggi, abbiamo tanto bisogno di una riflessione che dobbiamo rendere compatibile col nostro modo d’impiegare il tempo. La ruminazione si rende ancor più necessaria perché viviamo tutti vite di fretta. Spesso non abbiamo o non vogliamo avere tanto tempo da dedicare alla riflessione. Al contrario, ci trastulliamo in inutili giochi o pseudo occupazioni che hanno la velleità di riempire il vuoto esistenziale e saturarne il tempo, dimenticando i molteplici problemi dell’esistenza. Stentiamo a collocarci in un orizzonte di senso che dia valore al vivere e ci aiuti a smettere di vagare irretiti nel labirinto dell’essere, nel quale è difficile individuare una via d’uscita. Tale difficoltà aumenta notevolmente se non si possiedono le giuste, poche e necessarie istruzioni che permettano a tutti di avanzare con le proprie forze e con le proprie capacità.
Questo saggio non vuole “semplificare” la realtà e la complessità, di per sé non riducibili, ma offrire giuste e significative informazioni, pertinenti input ai giovani e agli adulti. Inoltre, aspira a indirizzare verso la ricerca di chiavi ermeneutiche utili per analizzare, decodificare e incominciare a comprendere la realtà nella quale tutti siamo immersi. Vuole essere niente di più di un segnavia che tracci un percorso di massima e mai definitivo, sul quale ognuno, in base alle proprie predilezioni, al tempo disponibile, alla propria creatività comincerà a disegnare la sua strada, le mete, le possibili soste pianificando il viaggio personale della vita. Inoltre, questo scritto nasce soprattutto dalla convinzione che tutti, nessuno escluso, debbano ormai riuscire a vedersi come “perenni studenti e perenni ricercatori-esploratori”. Bisogna, pertanto, acquisire capacità di ricercare percorsi e utilizzare i risultati della propria pluriennale opera di ricerca. Con il tempo, ognuno dovrà costruire e possedere competenze sociali, empatico-relazionali per poter collaborare con altri, sapersi districare tra “l’individuale” e il “collettivo” e capire che ogni contributo personale sarà essenziale per innalzare il livello emotivo e culturale, non solo della comunità di appartenenza, ma della propria nazione e dell’intera umanità. L’apprendimento per tutto l’arco della vita, il long life learning, tanto sbandierato nel campo della scuola e della formazione, vale universalmente per ogni persona. Proprio per questo, ognuno dovrà iniziare a guardarsi dentro, praticare il motto socratico-agostiniano “conosci te stesso” per esaminare in modo critico le proprie convinzioni, i propri comportamenti e, aggiungo, i propri pregiudizi, comprendendo quanto questi incidano sulle azioni compiute quotidianamente.
In altre parole, bisogna ripensare la propria adeguatezza di persona in una realtà che cambia vorticosamente, che ha perso i punti di riferimento della società solida del passato, oggi ormai scomparsa.


Lamezia Terme, giugno 2019


Giovanni Martello

 

News: dal Blog di Libritalia - Author: Giovanni MARTELLO - TUTTI I DIRITTI RISERVATI

finito di stampare in Giugno 2019 presso le officine editoriali Paprint

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