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Achille Solano e l'eremita della Ruga Santa di Salvatore BERLINGIERI - Accademia Edizioni ed Eventi - LIBRITALIA

«Venga a Nicotera, le devo mostrare qualcosa di meraviglioso». 

      

Agosto 2006, la telefonata di Achille Solano, Lellé per gli amici, giunge inaspettata. È ancora presto, mattina presto, quando mi precipito nella cittadina medmea incuriosito da quella notizia anticipata con enfasi. Penso a una delle tante scoperte di Solano, frutto di giorni e giorni di studio.

Achille Solano (scomparso nel 2012) è un personaggio sui generis. La sua cultura spazia in ogni campo: dallo studio dei minerali, che lo porta a istituire a Nicotera il museo di mineralogia e petrografia - il primo in Calabria -, a quello sull’archeologia greco-romana. Conosce perfettamente il latino, una lingua che è di fondamentale aiuto nei suoi studi. Lui non parla e scrive in latino; lui pensa in latino.

A mettermi sulla strada di Achille Solano è un personaggio poliedrico, Giuseppe Braghò, esperto di arte e archeologia, dotato di quella cultura che lo porta a essere un uomo libero nell’azione e nel pensiero. Sua la tesi che fa il giro del mondo e secondo la quale a ritrovare i bronzi di Riace non fu Mariottini ma alcuni bambini del luogo. A quel tempo il giornale per cui lavoro mi commissiona una serie di servizi sul fenomeno del satanismo nella provincia di Vibo Valentia, confidando nei miei studi sull’occultismo e sulla capacità di decifrare i simboli. La richiesta parte dalla scoperta di una collega la quale, indagando sull’universo giovanile, s’imbatte nella notizia secondo la quale i giovani, il più delle volte per curiosità o trasgressione, si lasciano andare a sedute spiritiche; incuranti dei pericoli. Si decide così di approfondire l’argomento e Braghò si offre di accompagnarmi in questo viaggio all’interno della provincia vibonese alla ricerca di testimonianze, racconti e simboli da decifrare.

Durante uno di questi itinerari approdiamo anche a Nicotera. In quell’occasione Braghò mi vuole presentare Solano, un personaggio che definisce «interessante». Il nostro primo incontro termina dopo un dialogo di diverse ore. Rimango affascinato dalla cultura di quest’uomo. Tra una sigaretta e l’altra mi offre delucidazioni sulla storia locale e non solo. La conversazione è multidisciplinare, abbraccia tutti i campi del sapere, arricchendo la mia conoscenza. Mi parla della città di Nicotera, del suo glorioso passato, del periodo della colonizzazione greca e romana e, ancora, dei suoi studi su Torre Galli e della scoperta, sua, delle grotte di Zungri, senza tralasciare la sua tesi sui megaliti di Nardodipace e che farò mia per un servizio giornalistico, aggiungendo altri particolari inediti e formulando una tesi difficile da sostenere ma non impossibile. Nel frattempo decido di fare un articolo sulla sua creatura, il museo di mineralogia. Una realtà così bella e interessante dal punto di vista scientifico non può certo essere conosciuta solo agli addetti ai lavori. Da allora gli incontri diventano sempre più frequenti. Questo discusso personaggio, che ama definirsi comunista, dimostra un particolare interesse anche per gli studi teologici. Si fa presto a diventare amici.

Sebbene abbia iniziato da mesi lo studio sugli insediamenti basiliani in provincia di Vibo Valentia non parla di questo con me. Non ancora, almeno. L’unica informazione che riesco a strappargli è riferita a uno studio sui calcari evaporitici del Monte Poro. È partito da lì, non pensando che uno studio di questo tipo lo avrebbe indirizzato agli insediamenti basiliani, la cui presenza sul territorio è ben documentata.

Quando ricevo la telefonata Vibo Valentia è vittima di una situazione senza precedenti. L’alluvione di luglio mette in ginocchio le frazioni marine, mostrando tutta la fragilità del territorio. Non va meglio in altro. Le inchieste scoperchiano una situazione preoccupante che coinvolge personaggi della politica e della magistratura. Così mi precipito a Nicotera pensando che tra tutte queste “tragedie” un servizio su qualcosa di diverso può far bene ai lettori. Non conosco ancora la portata della scoperta. Trovo Solano dietro la scrivania, quasi nascosto da una nuvola di fumo, intento a decifrare alcuni testi. Mi sorride e mi mostra subito una fotografia. Riprende un ambiente ipogeo della chiesa di Santa Ruba, nel territorio di San Gregorio d’Ippona. La guardo ma non mi dice nulla. Mi viene in aiuto chiedendomi il grado di conoscenza della storia dei monaci italo greci. Discreta, rispondo. Adoro quel periodo e ho approfondito lo studio su Sant’Onofrio del Cao, nativo dell’antica Belforte, la cittadina da cui ebbe origine Vazzano.

Da alcuni studi si evince che l’antica Belforte e la vicina Motta San Demetrio (nel territorio di Stefanaconi) sono le “sentinelle del Mesima”, ipotizzando la presenza di insediamenti bizantini prima e basiliani dopo, o meglio di monaci italo greci. L’importanza strategica della Valle del Mesima, in passato economicamente florida, è ben documentata. In passato sembra che Belforte sia una stazione di sosta posta sull’antica via Popilia, riportata nell’itinerario di Antonio Pio. Altri, poi, identificano l’attuale valle del Mesima con l’antica valle delle Saline.

La foto di Solano non mi dice nulla, anche se continuo a scrutarla in ogni dettaglio. Riprende una cavità naturale nella quale si intravede la mano dell’uomo che ha reso l’ambiente più spazioso. Penso in passato abitata da qualche anacoreta. Solano sorride dinanzi alla mia ingenuità, poi aggiunge: «Credo si tratti del luogo di sepoltura di un santo, una ipotesi rafforzata dal fatto che l’ambiente era protetto da un altare sul quale sono ancora visibili i segni di un affresco». Anche se le mie conoscenze sono scarse non posso non pensare che Solano ha scoperto la sepoltura di un uomo importante. Si congeda da me senza aggiungere altro, lasciando insoddisfatta la mia curiosità. L’unica raccomandazione è quella di approfondire i miei studi sui monaci italo greci, strappandogli la promessa che al nostro prossimo incontro mi dirà qualcosa in più.

Dalla redazione del giornale alla sede del Sistema bibliotecario vibonese il passo è breve. La sede dell’istituto bibliotecario diventa il mio “quartier generale”, durante le mattine, quando non è richiesto il mio impegno in servizi esterni. Faccio indigestione di libri cercando di trovare una chiave di lettura per sorprendere Solano con la mia “preparazione”. Al successivo incontro mi trova preparato. È sorpreso di come, in pochi giorni, sono riuscito ad approfondire il mio studio sui monaci basiliani. Proviamo a disquisire anche su taluni storici locali, i quali, confondendo nomi e date, sbagliano nel ricostruire la storia di questi santi monaci che tanto lustro portano alla Calabria, introducendo, oltre al sapere, nuove tecniche di coltivazione e conoscenze mediche. In un periodo scuro rappresentano un faro di spiritualità per un territorio dal passato nobile che si avvia verso un periodo di forte decadenza. Si ride nel leggere di come la storia spesso la si fa senza preoccuparsi di trovare prove, documenti e testimonianze per quelle teorie diversamente destinate a rimanere fantasiose. Solano parla della sua scoperta che definisce «sensazionale», anche se è consapevole che attirerà su di sé la risatina ironica di tanti storici locali. È risaputo che la storia in alcuni casi la si scrive con l’obiettivo di dare lustro al proprio paese, fino al punto di inventare anche un glorioso passato. Una malattia contagiosa dalla quale io non sono immune, almeno fino a quando non incontro sulla mia strada un fine intellettuale che, tirandomi le orecchie, mi insegna che la ricostruzione storica impone un certo «rigore scientifico».

Solano mi racconta dell’importanza strategica degli insediamenti basiliani del Monte Poro, confrontando la sua tesi con la mia ricostruzione e secondo la quale, a quel tempo, la valle del Mesima è il percorso più breve per raggiungere il comprensorio delle Serre e da lì spingersi fino alla costa Jonica calabrese. Si tratta di quel percorso che noi, simpaticamente, ribattezziamo “sentiero degli eremiti”.

Solano mantiene il massimo riserbo sull’identità del santo, avendo cura di dosare le informazioni con il contagocce.

Un giorno, dopo aver passato la notte a studiare e ad approfondire alcuni scritti, mi precipito da lui con in mano la mia sensazionale scoperta. Ancora una volta lo trovo seduto alla scrivania quasi nascosto da una nuvola di fumo. Dopo il rituale saluto gli porgo la mia domanda: si tratta del corpo di sant’Onofrio? Sorride prima di rispondere che non è possibile, non coincidono le date. E’ a quel punto che mi mostra una teca in cui trovano posto le preziose reliquie. Secondo i suoi studi di tratta del corpo di san Leoluca abate, patrono di Vibo Valentia e di Corleone. Una tesi alla quale giunge dopo un accurato studio che lo porta a divorare i testi della storia cartusiana del Tromby e i codici di Mazzara, Corleone e Palermo. Mi spiega i motivi per i quali non è ancora giunto il momento di presentare la scoperta alla città di Vibo Valentia. Per lui sono necessari ulteriori studi. Intanto indirizziamo i lettori con una serie di articoli, per preparare il terreno in attesa di annunciare la scoperta. Il giornale per il quale lavoro mi autorizza alla pubblicazione dei successivi servizi nei quali lascio intendere che il luogo di sepoltura del santo monaco è a un passo dall’essere annunciato. Solano non sta nella pelle, condivide la scoperta con il resto della sua equipe, in particolare due giovani ragazze, Patrizia Gaglianò, studentessa universitaria a quel tempo prossima alla laurea in architettura, e Nicole Amato, storica dell’arte, diplomatasi all’Accademia delle belle arti. Alla prima è affidato il compito di ricostruire gli ambienti ipogei: uno identificato come la chiesa, l’altro come la cella del santo. Alla seconda quello di mettere insieme i pezzi che compongono il puzzle dell’affresco posto a “guardia” del luogo di sepoltura. Così dopo un’accurata ricerca e minuziosi studi Solano non ha più dubbi: «Si tratta del corpo di san Leoluca».

La notizia raggiunge anche Corleone che partecipa, con propri esperti, per rafforzare la tesi di Achille Solano. Arriva a San Gregorio una delegazione per fotografare e raccogliere informazioni sul luogo di sepoltura e sulle spoglie mortali di un santo tanto caro alla venerazione dei corleonesi. Si decide di anticipare la notizia con un servizio sul mio giornale in attesa della conferenza stampa alla quale partecipa anche la Diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea con un proprio rappresentante. Una decisione che scaturisce dal fatto che le indiscrezioni iniziano a trapelare al punto che non pochi si recano alla chiesa di Santa Ruba. Solano offre alla città una scoperta sensazionale che dovrebbe spingere le autorità ecclesiastiche ad avviare il procedimento per verificare la correttezza della scoperta. Tutto resta fermo. Anche tra gli storici locali si scatena una sorta di caccia all’uomo con Solano bersaglio preferito. Troppi interessi campanilistici impediscono ad alcuni studiosi locali di guardare oltre il loro naso. Una situazione che turba l’animo di Solano che riesce comunque a mantenere la calma almeno fino a quando, spinto dalle ultime critiche, a dire il vero poco garbate, si lancia ad una dichiarazione dai toni duri: «La vicenda storico letteraria e topografica di questo santo si sta circondando di “ometti” i quali, a dispetto della ricerca scientifica, agitano superficiali bandiere campanilistiche, poche obiettive e senza senso. Il problema è molto delicato. La scansione dei luoghi, fatti ed eventi, pur nella nebulosità del bios, è abbastanza leggibile. Bisogna frenare appetiti entusiastici che inducono qualcuno ad atteggiamenti degenerativi e poco responsabili, impastati di vecchi miti e travisati costrutti. La ricerca storica è cosa molto seria e chi non ha i mezzi o la misura che stia zitto e lasci lavorare. Ci sono delle scadenze che rispetteremo, presumendo di dare precise risposte. Siamo per sapere e far sapere, nei limiti delle nostre competenze e responsabilità. È bene tenere presente che la vicenda investe tutto un territorio. Un territorio soggetto a mutevoli cambiamenti storici, a desertificazioni imposte, egemoni controlli e a strane amnesie da parte di chi, dopo Melfi, ha fatto cadere nel dimenticatoio il passaggio di un santo. Misteri della... fede latino normanna». Ha così inizio un lungo e paziente lavoro di ricostruzione storica, condotto con il piglio di chi è consapevole che i passi falsi non sono consentiti.

Quello che segue è un racconto non cronologico su quando fatto nel 2006 per consegnare alla città di Vibo Valentia un qualcosa che le appartiene. Un paziente lavoro per il quale si attende ancora una presa di posizione da parte di chi è deputato a farlo, per dire alla città di Vibo Valentia, a quella di Corleone, alla Calabria e alla Sicilia, se i resti riportati alla luce nel 2006 sono davvero quelle di san Leone Luca, e dare così degna collocazione a quelle sacre reliquie che oggi stazionano in una teca anonima posta nel luogo in cui un tempo era la sua cella.

 

News: dal Blog di Libritalia - Author: Salvatore BERLINGIERI - TUTTI I DIRITTI RISERVATI

finito di stampare in Ottobre 2019 presso le officine editoriali Paprint

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