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Maestri di Color che Sanno di Franco MESSINA - MARIO VALLONE EDITORE - LIBRITALIA

Contributi vari all'Educazione alla Pedagogia.

       

Premessa alla Premessa. Comincio col precisare che in questo scritto, io uso anche al femminile termini che, per certi “difensori” dell’Ortodossia linguistico-lessicale-grammaticale, andrebbero usati solo al maschile. Come “gli” pronome personale. Faccio presente che esso deriva dal latino “illi”: che in quella lingua valeva per il maschile, il femminile e il neutro (che noi non abbiamo); quindi l’obbligo di usare il suo omologo “le” al femminile, per me costituisce discriminazione di genere. E lo adopero anche al plurale di ambo i generi (cosa che oggi fanno tantissimi Intellettuali). E già che ci sono, parlo anche di “Lei”: “pronome di riguardo”. O non, piuttosto, per mantenere le distanze? Donde la nota espressione: “mi dia del Lei e manteniamo le distanze!”. Lei però è un pronome femminile: e gli Uomini hanno sempre tenuto le Donne… a “debita” distanza. Perciò l’uso del Lei è una palese sgrammaticatura, autorizzata – anzi, imposta - dai Detentori del Dogma linguistico. Perchè mai, se sto parlando con un tranviere, un fattorino o col mio medico, devo dargli del Lei anche se costoro sono di sesso maschile? Perché altrimenti “è mancanza di rispetto”. Balle! Io manco di rispetto ai miei familiari, ai miei amici e conoscenti perchè gli dò del tu e loro fanno altrettanto con me? Si dirà: “ma che c’entra… “. Bene: e allora mi si spieghi perché non c’entra e… ne riparleremo. Aggiungo solo che non siamo più ai tempi in cui è ambientato I Promessi Sposi, quando ci si dava del Lei, o del Voi, anche tra genitori e figli, tra fratelli e sorelle e persino tra gli stessi coniugi (lo facevano anche quando erano a letto?). Il tutto rimanda sempre all’obbligo di “mantenere le distanze”. Per le parole accentate uso solo l‘accento “grave”, mentre ignoro quello “acuto”. Ma davvero c’è chi pensa che uno, mentre parla, si fermi a riflettere su come pronunziare pèsca-frutto (con l’accento “grave”) e pésca-atto-del-pescare (con quello “acuto”)? E commetto tantissimi altri “errori” (tali sempre e solo per quell’Ortodossia). Ma
lo scrittore Bruno Cicognani, alle voci del verbo avere che richiedono l’acca, sostituisce questa con l’accento (grave). Per esempio: anziché “ho mangiato” scrive “ò mangiato”. Ancora: oggi chi oserebbe declinare il termine “diabete” al femminile? Al tempo del Tommaseo esso però era “di genere femminile”, tant’è che l’illustre letterato e patriota nel suo Dizionario lo registra come “sf”, sostantivo femminile. Oggi invece è vero il contrario. Insomma quando uno parla… parla e basta, anche se un minimo di esattezza grammaticale-lessicale non può – e non deve – essere evitato: ma al solo fine di produrre un discorso coerente, chiaro e comprensibile: tutto qui, senza imposizioni dogmatiche.
Introduco dei neologismi ad hoc, tratti da termini già esistenti. Ad esempio: da “cenerentola”, nome comune, ricavo “cenerentolesco”, “cenerentolizzare” ecc. Altri li formo unendo due-tre paroline: come “aldilà” avverbio di luogo, anziché“al di là” locuzione avverbiale (anche se “aldilà” esiste come sostantivo e con significato diverso). Tra i neologismi c’è pure “sociopedagogia”, non riscontrato in alcuno. E mi chiedo perché psicopedagogia sì, sociopedagogia no…
Per tutto ciò, chiedo agli eventuali Correttori di bozze di non correggere assolutamente questi errori: tali solo (per come la penso io) per quella Ortodossia, come chiarito; chi mi legge ha il diritto di sapere che scrivo sapendo quello che faccio. Infine (ma ciò probabilmente è poco rilevante) per ogni Personalità adopero il “presente storico”: “Tizio/a nasce a…”, ecc. Questo scritto non è un Trattato sull’Educazione né una Storia della Pedagogia. Io sono un maestro in pensione e ho pensato che invece di “ammuffire su una poltrona” potevo fare qualcosa di “dilettevole”, ma che potesse essere anche “utile”. Ed eccomi qua, ora al mio terzo libro, convinto che esso possa essere d’aiuto – “utile”, appunto - a qualche studente, anche universitario, dato che determinate notizie su alcune delle Personalità trattate non sono di facile reperibilità, neanche nelle enciclopedie più aggiornate. Il titolo è il rifacimento di un verso di Dante: I, IV, 131 (dove il “Maestro…” ecc. è Aristotele). Si tratta di una sorta di rassegna: di Personalità, appunto, che hanno a che fare, quasi tutte indirettamente, con quella che io amo chiamare la Galassia pedagogica; i Pedagogisti stricto sensu sono quindi ben pochi, e quelli che ci sono, è per ragioni particolari. Tali Personalità sono passate in rassegna alla rinfusa senza ordine alcuno. Qualunque ordine avessi deciso di adottare, non sarebbe cambiata la sostanza del mio discorso. Esse quindi sfilano… in ordine di disordine. Ma poi: che cos’è l’Ordine? Tanto per cominciare, è un concetto militaresco, quasi certamente di derivazione teologica. Ma se è vero che “l’Ordine nasce dal Disordine”, allora esso è fatto per essere trasgredito. Altrimenti come potremmo dal Disordine trarre nuovo Ordine? Ovvero, trasformare in Ordine il Disordine? “Le cose non si possono dire ordinate o disordinate, se non relativamente alla nostra immaginazione”: Spinoza; “Questo che voi chiamate ordine è uno sfilacciato rattoppo della disgregazione”: Italo Calvino; “È l’Ordine ad essere una momentanea mancanza del Disordine, in un mondo in cui quest’ultimo cresce in maniera misurabile e inesorabile”: Piergiorgio Odifreddi. Queste note sono rivolte soprattutto alle Donne (ma non solo!). Io sono infatti convinto che la prima vera Educatrice del Bambino sia la Madre. Come dice Giovanni Bollea (che ha fondato la Neuropsichiatria infantile in Italia): “una madre capace di armonizzare l’istinto materno con alcune forme di tradizione familiare e con certe nozioni culturali, è una madre che non sbaglia mai”. C’è anche un’altra ragione per cui mi rivolgo principalmente alle Donne: ed è che dovrebbero essere loro a organizzare, guidare, dirigere, governare la società, il mondo: in tutti i sensi. Finora quei ruoli se li sono attribuiti gli Uomini con la prepotenza, riducendoli difatto a uno solo: comandare. E’ ora che le Donne si riprendano quei ruoli: con gli Uomini non in competizione (tantomeno contro), ma al loro fianco. E’ una questione di – credo la si possa definire così – giustizia biologica. Pensate se l’avessero già fatto, dai primordi della civiltà a oggi: quante nefandezze, quanti orrori, quante atrocità non ci sarebbero stati. Lo scrittore Hernán Huarache Mamani annota: “secondo un’antica Profezia Andina, verrà il giorno in cui lo Spirito Femminile si desterà dal lungo letargo, e lotterà per cancellare odio e distruzione, e dare finalmente vita a una società di pace, armonia e fratellanza”. In tutto questo, l’Educazione ha un ruolo insostituibile . Con questo lavoro io ho voluto anche dare un po’ di voce alle tre categorie di persone sotto elencate. Le Donne: non per niente esso è indirizzato principalmente a loro. Non pochi testi/manuali di Storia dell’Educazione e/o della Pedagogia riservano a molte Donne che stanno dentro la Galassia pedagogica, un ruolo del tutto marginale. Uno di questi testi è: Linee di Storia della Pedagogia, di Nicola Abbagnano-Aldo Visalberghi. Intanto preciso che, malgrado il titolo, i due Autori hanno redatto in realtà una Storia della… Filosofia con, solo alla fine del Soggetto trattato e solo ove ritenuto opportuno, delle noterelle “cenerentolesche” di Pedagogia. A parte ciò, le Donne non sono trattate come gli Uomini in modo paritario, ma come tante cenerentole. Unica eccezione (ma con parecchi limiti): Maria Montessori: che, fra le tante cenerentole (tali solo per gli Autori suddetti, s’intende): Pizzigoni, Boschetti Alberti, Agazzi ecc., emerge come una biancaneve. Alcune poi non sono prese affatto in considerazione: come Pauline Kergomard. Gretto maschilismo, anche in studiosi che si dicono “laici”, ancora difficile da sradicare, per chissà quante generazioni, dopo oltre due millenni di occidentalismo. Seconda categoria: gli Scrittori. Quella che può essere definita letteratura artistico-creativa ha fornito alla Pedagogia un apporto davvero notevole. Prendiamo Pinocchio: il valore educativo – oltre a quello artistico-letterario – di questo Capolavoro è riconosciuto da tutti. Ma io qui sostengo – liberissimi di contestarmi – che Pinocchio è un vero Trattato di Pedagogia redatto in forma letterario-fiabesca. Grandi nomi che ruotano attorno alla Galassia pedagogica – Volpicelli, Rodari, Propp, Hazard - affermano che la vera Scienza educativa scaturisce dalla Letteratura prima che da tutto il resto. Il terzo gruppo è costituito dagli Sudiosi di Educazione/Pedagogia dell’Europa dell’Est. Nel testo di Abbagnano & Visalberghi (che può fungere da paradigma per molti altri), a Makarenko, massimo Pedagogista russo al tempo della Rivoluzione d’Ottobre (e non c’interessa, qui, valutare i suoi metodi), è dedicato un numero di pagine ben inferiore che per esempio al Rosmini. E chi è Rosmini?
È solo un teologo, che però si atteggia pure a filosofo: ma al punto tale che la sua filosofia funge da cenerentola della Teologia. In quanto filosofo, poi, forse per non essere meno di qualcun altro (Lambruschini?) sente il “dovere” di elaborare anche lui una Filosofia dell’Educazione: che a quel punto non può che essere soggetta alla Filosofia generale, della quale diventa cenerentola a sua volta: una pedagogia cenerentola di un’altra cenerentola! Ma non dimentichiamo che siamo in questa “serva Italia”: serva della Chiesa, laddove in alcuni Studiosi c’è un atteggiamento ecclesiofilo quasi certamente risalente al Medioevo, quando, come nota Francesco De Sanctis: “i Teologi filosofavano e i Filosofi teologizzavano”. Purtroppo il testo Abbagnano-Visalberghi non è l’unico in tal senso. Gli Studiosi est-europei, dicevo, sono trattati dalla Coppia in modo vergognoso: lo si è visto con Makarenko. Ma di Nadezhda Krupskaja, anche lei somma Pedagogista russa al tempo della Rivoluzione d’Ottobre, non c’è traccia. Per lei doppia cenerentolizzazione: in quanto Donna e in quanto Pedagogista. Superfluo aggiungere che le altre Educatrici /Pedagogiste di quell’area, al pari di Krupskaja come se non siano mai esistite. Bisognerebbe forse aggiungere un quarto gruppo: gli Eterodossi. Epperò: quasi tutti coloro che in qualche modo hanno a che fare con l’Educazione sono Eterodossi. Credere nella forza rivoluzionaria dell’Educazione, significa infatti credere in un’altra dimensione, in una società altra, in un mondo altro. E ci credono proprio quelli che la contestano. Ma contestano l’Educazione così come l’hanno vista loro, per proporre paradigmi alternativi: nuovi modi di educare, per “insegnare a come pensare, non a cosa pensare” (per dirla con Margaret Mead): Froebel, Tolstoj, Montessori, Russell, Krupskaja, Dolto, Lorenzo Milani… Torniamo all’argomento cenerentola. Ancora oggi la Pedagogia viene cenerentolizzata da buona parte dei Pedagogisti nostrani. La motivazione è solo pretestuosa: la Pedagogia (dicono) non è più la sola disciplina preposta all’Educazione; vi sono pure: la Sociologia, la Docimologia, la Neuropsichiatria infantile ecc. Sì, ma cos’è la Pedagogia, se non un po’ (o molto) di tutte queste cose, peculiarità a  parte? Ma tanti Pedagogisti l’hanno declassata, umiliata, disonorata, appunto cenerentolizzata, preferendogli le formule: “Scienze della Formazione primaria”, “Scienze dell’Educazione” ecc.: veri e propri (rag)giri di parole. Pensate alle Scienze Mediche: verrebbe fuori una formula extralarge, tipo: “Scienze della ricerca degli agenti patogeni, dei disturbi da essi causati, e dei possibili rimedi per curarli”. Definizione… neanche a pensarci. Nè le Scienze Linguistiche a qualcuno è saltato il grillo di chiamarle “glotto-semio-semanticofilologico- linguistiche”. Le une e le altre sono rimaste tali. E tali sono rimaste tutte le altre: Biologiche, Fisiche, Giuridiche, Antropologiche… tranne quelle Pedagogiche! Ma perchè esse non si possono chiamare più così, con tanto di nome e cognome? Secondo me perchè quei certi Pedagogisti, soprattutto nostrani, si… vergognano: si vergognano della loro creatura, e invece di “Scienze pedagogiche” preferiscono usare quelle formule “di colore oscuro” (hanno smarrito “la diritta via”?). Si vergognano che la Pedagogia sia stata sempre trattata alla stregua di una cenerentola. Giustissimo! Ma essi cos’hanno fatto per cercare di riscattare la loro beniamina? La cosa è comprensibile: ma è anche giustificabile?Per nulla. Anzi, ciò doveva servire da spinta affinchè proprio i Pedagogisti in primis - invero tutti gli Intellettuali - s’impegnassero a riscattarla. Ma, come ho detto, hanno preferito ricorrere a quei (rag)giri di parole. Ancora qualche riflessione. Una: cenerentola anche dell’Economia, la Pedagogia. Più o meno tutto il Pedagogese odierno è zeppo di termini che rinviano all’Economia, al Capitalismo, al.. Dio- Denaro. Come “crediti formativi” e “debiti formativi”. Mi dite cos’hanno a che fare i debiti e i crediti con l’Istruzione e l’Educazione? E “capitale umano”? La Persona come… denaro (il Capitale è questo) da contabilizzare. Boh!… La seconda. Se a base dell’Educazione/Istruzione c’è la Pedagogia, un’infarinatura pedagogica non dovrebbero averla tutti i Docenti, a tutti i livelli di Scuola, Università compresa? Invece no: essa è relegata solo ai gradi di scuola “dell’Infanzia” e “primaria”. Pura discriminazione (cenerentolizzazione) anche questa. L’ultima. Se l’aggettivo pedagogico riferito a scienze, è stato pluriarticolato, è andata peggio con lo stesso riferito ai Licei. Non più “pedagogici”, ma “socio-psico-pedagogici”, o anche: “medicosocio…” ecc. Epperò: tutti gli altri Licei: linguistico, artistico, scientifico sono rimasti tali e quali. E perchè mai il Liceo pedagogico non può più continuare a chiamarsi “pedagogico”, senza mozziconi di altri aggettivi? Tanto valeva, allora, inventarsi un aggettivo “iperchilometrico”, tipo: bio-antropo-medico-socio-psico-eticoestetico-docimo-didattico-pedagogico (sottinteso: Liceo), e… forse m’è sfuggito qualcosa.


E mi fermo qui. BUONA LETTURA.

 

News: dal Blog di Libritalia - Author: Franco MESSINA - TUTTI I DIRITTI RISERVATI

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